sardinia

Percorsi Introspettivi

Ho percorso la pelle con le dita. Tutti i giorni per tutta la vita. Ho tracciato percorsi immaginari di mani diverse. Ho sepolto le aspettative in basso, talmente in basso, da scordarne il profumo. Inebriante e velenoso allo stesso tempo. Insieme alle aspettative ho sepolto le mie ceneri. Le mie ceneri, non i miei sbagli. Quelli conviene tenerli bene ancorati alla realtà: mi ricordano dove non devo più andare, perchè ci sono già stata, e non è finita bene. Ho seminato semi dove pensavo vi fosse un terreno arido per poi riscoprilo fertile, dopo mesi, dopo anni. E pieno di fiori. Con le spine. Ma fiori. Come Rose scarlatte.

Questa incessante ricerca del sapere dove mi porterà? Quanto ancora dovrò scavare? Quante persone dovranno passare nel mio cammino? Chi si fermerà per poco? Chi per tutta la vita?

Io mi fermerò tutta la vita. Sicuramente: non posso mica abbandonare me stessa.

E allora rinizio da me. Da oggi. Per Sempre.

264107_446326818753086_1324194051_n

Annunci

VIVA – PARTE IV

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Passai così un fine settimana in cui non feci altro che godermi tramonti e scrivere, scrivere, scrivere. Il mio editore continuava a fare pressione, stava per uscire il mio secondo libro sulla Sardegna, che tanto avevo girato in lungo ed in largo. Durante uno di quei pomeriggi in cui ero in pace, calata a picco dentro me, ecoscandaglio dell’animamia, squillò il telefono. Era Alessia, una delle mie più care amiche, mi chiedeva quando sarei tornata a Firenze. Lei voleva farmi vivere ma ogni volta mi diceva che bisognava sballarsi per vivere. Io questa cosa non l’ho mai capita a pieno. Sballarsi con l’alcool per godersi la vita?

Non trovavo il nesso nelle sue parole, mi era tanto cara, ma eravamo così diverse. Ognuno si gode la vita a modo proprio. Non la capivo quando mi diceva che per godere la vita a pieno bisognava esagerare.. io che ho sempre pensato che tutti gli abusi nascondono un disagio dell’anima. Fare esperienza per me non era scoprire i propri limiti ubriacandosi, fare esperienza per me vuol dire intraprendere un viaggio e non sapere come andrà a finire. Ma viaggiare lo stesso, incontrando le difficoltà e affrontandole.

Cosa stava cercando davvero, Alessia? Le sue avventure fugaci con gli uomini di cui si innamorava mi catturavano, il suo parlare spigliata con tutti a volte mi metteva a disagio.

Spesso andavamo a ballare in discoteca e mi ritrovavo ad essere l’unica sana. Mi sballavo ballando. Quello per me voleva dire fare abuso di certe sostanze: mi divertivo seguendo il ritmo della musica, ancheggiando, lanciando occhiate qui e la. Non avevo bisogno che mi girasse la testa oltretutto.

A volte mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, così diversa in mezzo a tutti quei pesci rossi.

Non mi forzavo di fare le cose solo perchè agli altri facevano stare bene, ho sempre pensato con la testa che stava sopra le mie piccole spalle, non con quella altrui.

Alessia rappresentava la mia parte nascosta, quella che ancora dovevo esplorare. L’avrei esplorata a modo mio, con i miei tempi, quando avrei voluto.

Non sapevo bene cosa volevo dalla vita nè tanto meno da me stessa. Una cosa era certa: scrivere mi calmava e mi rendeva dolce come il mare dopo la tempesta. Avrei continuato su questa linea d’onda, senza ondeggiare troppo.

Il mio week-end a Santorini si trasformò in due settimane. Conobbi un gruppo di ragazze e ragazzi che dovevano rimanere lì un mese, mi presero così tanto a cuore e accettarono nel loro gruppo che decisi che ogni tanto qualche sera l’avrei passata con loro anzichè con il mio pc e la mia luna. Dovevo vivere anche in compagnia.

Giulia, Paolo, Petra, Angela e Alessandra e Luise. Tutti amici da una vita che ogni estate si prendevano un mese solo per loro, per svagarsi e divertirsi come fossera ad Ibiza, ma con più classe. Li conobbi una sera mentre prendevo il sole in spiaggia. I miei occhiali da sole scuri nascondevano l’evidente disagio nei miei occhi: ancora era in corso il funerale della storia passata con Julian. Ma dentro stavo bene, sola con me stessa, per conoscere i miei limiti. Viaggiando. Mentre leggevo un libro mi arrivò una pallonata sulle gambe. Paolo mi corse incontro per scusarsi mentre io, acida più che mai, avevo già gli occhi infuocati di veleno. Mi calmai subito però. Quando vidi che tutto quel gruppo di amici mi venne incontro per scusarsi uno ad uno. Si presentarono e mi invitarono a giocare a palla con loro.

Mi buttai come non avevo mai fatto. Giocammo a palla fino al tramonto come bambini di sei anni, in ansia fino a che i genitori non li avessero chiamati per tornare a casa a mangiare.

Mi chiesero il numero di telefono. Il giorno dopo ero invitata nella loro villa: davano una festa.

Potevo fare quello che volevo: come, quando,dove, con chi lo avrei deciso io solamente.

Padrona della mia vita: volevo essere.

Quella sera scese il sole su Fira (capoluogo della mia Isola Greca) e spuntò una luna magica. Le candele del mio appartamento a strapiombo sul mare erano tutte accese, la camera da letto in pieno disordine (cercavo ordine altrove, dentro me). Io davanti all’armadio con il solito problema di tutte le donne: cosa mettere quella sera? Non m’importava molto di farmi vedere, ma volevo essere totalmente  a mio agio e divertirmi. Come non facevo da tanto. La mia camera del colore della notte mi aiutò a scegliere. Optai per un vestito aderente, corto e scuro. Niente tacchi. Sandali raso terra, come piacevano tanto a me. Non è vero che per sentirci sexy noi donne dobbiamo per forza indossare un tacco 12. Mi sentivo giusta così, bella al punto giusto, giusta per me.

Io ero il mio giudice più ostile, quello che non perdona mai, quello che condanna sempre e mai assolve. Quella sera mentre mi preparavo mandai a fanculo il mio giudice e mi assolsi da sola. Ero libera di sbagliare anche io, dannazione. Ero e sono libera di essere me stessa. Da quel momento in poi promisi silenziosamente dentro me che non mi sarei più giudicata duramente da sola, ma che mi sarei perdonata tutte le volte che commettevo un errore: ero umana anche io, diamine. La perfezione la lasciavo a qualcun altro. Quella sera la lasciai alla Luna, ormai alta in cielo come fosse un piccolo sole, ma più affascinante, zingara nell’anima come me.

 

Così indossai il mio tubino nero ma comodo, i sandali dorati come il sole che stava scendendo sul mare, una piccola borsa. Ero quasi pronta. Niente accessori in più. Andai in bagno, mi cosparsi del mio profumo preferito Maijda, Acqua di Sardegna. La pochette dei trucchi era lì che mi chiamava. Mi guardai allo specchio: il viso abbronzato dal sole c’era, quello sarebbe stato il mio make-up per la serata. Occhi nocciola e sorriso sincero. Non avevo bisogno di altro.

 

CONTINUA…

VIVA – PARTE III

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale

La casa era in condizioni disastrose, mi misi a pulirla da cima a fondo in piena notte. L’indomani avrei avuto presto l’aereo. Ero esausta ma la mia energia per una volta andava avanti invece di sballottarmi a destra e sinistra. Facevo le cose come volevo io.

Era estate. Le tre di notte. Il mio viso era stanco. Allungai la mano nella parte vuota del letto: Julian non era più lì. Piansi. Ma dalla finestra entrava la luce della luna piena. Mi riempì il cuore di una strana gioia. Decisi di fare un bagno per salutare la mia terra amata, anche se ero sicura che presto l’avrei rivista.

La mattina seguente i miei bagagli erano già pronti, aspettavo soltanto che venisse il Taxi a prendermi per portarmi in aeroporto. Chiusi la casa in fretta e furia, le cose fatte lentamente mi hanno sempre fatto pensare troppo: troppo e male. Arrivai in aeroporto e nemmeno me ne resi conto. Ero arrivata con largo anticipo. Questo poteva permettermi di fare una delle cose che mi piace di più negli aeroporti una volta passati i soliti controlli: caffè alla mano, tavolino e occhi che vanno a destra e a sinistra per vedere i volti delle persone indaffarate, concentrate, innamorate, deluse, sole, in compagnia che sono pronte a spiccare il volo. Ognuna con una luce speciale negli occhi. Non mi ero accorta che una di quelle luci speciali stava osservando me, un tavolino dietro al mio, mentre ero intenta a guardare avanti. Mi sentii osservata e in una frazione di secondo mi girai di scatto e lo vidi. Sembrava mio padre da giovane. Gambe accavallate, braccia sul tavolino, mani una contro l’altra, moro da fare impazzire. Occhi neri. Grandi. Zingaro nell’Anima quanto me, forse anche di più. Spoglio del superfluo ma pieno dell’essenziale.

Mi girò la testa per qualche secondo: certi occhi ti fanno venire le vertigini a guardarli dentro. Non era il momento che ci precipitassi. Poi continuai a guardare dritta davanti a me. Il mio volo stava per partire. Mi alzai di fretta, avevo perso tempo a fantasticare su quell’uomo così affascinante, mi girai verso di lui mentre le mie gambe facevano tutto da sole per alzarsi. Uno sguardo serio e imperturbabile. Ci guardammo negli occhi, io gli sorrisi come so fare io, che ti faccio capire nulla ma ti faccio capire tutto. Per un attimo i suoi occhi vacillarono, forse stava per alzarsi e venire verso me. Ma per me quello era sufficiente. Scappai dall’uomo misterioso per andare incontro a me stessa.

Chissà dove era diretto, a chi stava pensando, se gli ero piaciuta. Perché mi guardava? Perché invece di guardarmi non si era presentato? Forse era Arabo, forse Spagnolo, magari Sardo. Un fascino tutto particolare il suo, di quelli che piacciono a me, che non ha niente di comune ma al contrario particolare, seducente a tratti elegante e allo stesso tempo gitano.

Arrivai in Grecia ancora stordita da quel fugace incontro, mi aveva turbata e lo capii perché ci stavo ancora pensando. La mente umana è così meschina. Si fa affascinare subito e inizia a girare i film con una protagonista un pò bizzarra. All’aeroporto trovai i miei genitori ad accogliermi: li avevo avvisati poco prima del mio arrivo, chiarendo però che volevo rimanere sola. Li abbracciai fortissimo e parlammo durante il tragitto che doveva portarmi alla mia casa. Bianca e azzurra a strapiombo sul mare.

In mezzo alla folla dell’aeroporto mi parve di intravedere il protagonista del mio incontro gitano avvenuto prima di prendere l’aereo. Ovviamente non era lui.

Ma si sa, gli occhi a volte vedono quello che non c’è.

Gli occhi a volte girano film come se fossero sogni, come fossero veri. Che poi veri lo sono sempre un pò.

CONTINUA…

santorini-greece-photo-3

VIVA – PARTE II

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Un’ora dopo uscii dalla vasca e mi avvolsi nell’asciugamano. Mi guardai allo specchio, lasciai cadere l’asciugamano a terra ed iniziai ad osservarmi fuori soltanto per capire cosa stava accadendo dentro. In tutti questi anni avevo perso il controllo di me. Troppo trucco per nascondere la tristezza negli occhi, la tristezza di chi non riesce a capire cosa vuole e si sente in gabbia. Troppo mascara e troppi smokey-eye. Non uscivo di casa senza rossetto: corazza amaranto contro il mondo che pensavo non mi capisse. Anche lì davanti allo specchio avevo i residui del trucco di qualche giorno prima. Il rossetto, il mascara. Poi la mia mano aiutata da qualche dischetto di cotone tolse tutto il superfluo.

Rimase l’essenziale. E nonostante la faccia gonfia ancora dalle lacrime questo essenziale mi piaceva eccome. Tutti mi chiedono ancora cosa sia cambiato in me da un momento all’altro. Non posso di certo rivelare che è cambiato tutto mentre mi guardavo nuda mentre toglievo il trucco, metafora delle mie zavorre e dei miei problemi. In quel momento spogliandomi mi sono vista per la prima volta dopo 25 anni.

In quel momento ho capito che potevo farcela anche senza un uomo accanto a me. In quel momento ho capito che a volte posso essere io l’uomo di me stessa, proteggermi da sola, accudirmi, sentirmi speciale a prescindere.

Quello che non sapevo ancora era che di lì a poco, durante il mio cammino vivo, avrei fatto incontri strepitosi. Il più speciale di tutti sarebbe stato con un paio di occhi grandi e neri. Ma ancora non potevo immaginarlo. Decisi quindi di intraprendere il mio percorso da sola, senza pretese, facendo quello che più mi piaceva e che mi appassionava.

La sera in cui decisi di spogliarmi davanti allo specchio decisi che era ora di uscire da quella casa e godermi la Mia Sardegna. Asciugai la montagna di capelli, indossai un vestito e non presi il rossetto in mano. Presi la macchina e mi misi in viaggio, viaggiando dentro me. Quanto ho amato ed amo questa Terra. Da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Da La Maddalena a Cagliari, da Alghero ad Olbia. Ogni volta che cammino su questa terra sento una speciale energia che non sento da nessun altra parte. Ed io ci vivo parlando di questa energia, di questa terra, nei miei libri. Ho imparato a capire che c’è molto di più del mare cristallino qui, è qui che mi sono ritrovata.

Mi fermai con la macchina in una piccola piazzola, il sole tramontava ed io mi appollaiai su un tronco d’albero per godermela. Ma ancora non era tempo, giacché il mio telefono – di cui avevo completamente ignorato l’esistenza in quei giorni- si mise a squillare incessantemente: era mia madre.

La Donna della mia vita. Risposi.

-<< Aurora! Ciao cara, come stai? Va tutto bene?>>

Le mamme speciali sono così, sentono che ti succede qualcosa anche con chilometri di distanza. Il loro sesto senso non sbaglia mai. Ti chiamano quando meno te l’aspetti e fanno finta che anche loro sono tranquille, quando muoiono perché non vogliono far altro che starti accanto.

-<< Mamma, scusa se non mi sono fatta sentire in questi giorni. Ho avuto problemi con Julian, è tornato a Parigi. E’ finita per sempre.>>

-<< Davvero tesoro? Come ti senti adesso?>>

-<< Male, ma ho preso io la decisione. Mi passerà.>>

-<<….>>

Mia madre rimase in silenzio per alcuni minuti: uno, forse dieci. Piangemmo insieme senza saperlo. Era il suo modo di starmi vicino ed io la sentivo con tutto il suo ed il mio cuore.

-<< Amore se hai deciso così vuol dire che c’è altro che ti attende, vedrai che riprenderai la tua vita in mano>>.

Aveva capito tutto, senza bisogno di dire granché. La amavo troppo ma non glielo dissi, timida quale ero.

-<< Ma a Santorini invece? Come si sta?>>

Parlammo per un’ora e mezza di quanto fosse bella la Grecia, ed io per un’ora e mezza dimenticai anche del posto in cui ero, giacché credevo di trovarmi a Santorini insieme a loro. Poi ci salutammo e attaccai il telefono. Avevo fatto il pieno di parole per la giornata. Presi la macchina e tornai indietro, a casa mia.

Facendo la strada a ritroso mi ritrovai a piedi nudi, facendo a ritroso nel mio passato. Flashback senza filtri del mio domani.

Arrivata a casa andai dritta verso il mio computer, prenotai senza pensare due volte. Il giorno dopo sarei partita per Santorini anche io. Prenotai un piccolo appartamento a picco sul mare: “Perfetta per un week-end romantico”. Effettivamente lo era, per me, un fine settimana a tu per tu con me stessa: mica cavoli. Mica con il primo che passa.

CONTINUA…

MON1

Un’Isola da Indossare

La Mia Isola: tanto amata quanto criticata. Si cerca lavoro altrove, in altre città, ma se troviamo un lavoro fuori cerchiamo sempre un modo per tornare. Cerchiamo sempre di fuggire durante l’inverno, ma quando fuggiamo non vediamo l’ora di tornare (e non badiamo che sia estate o inverno). Cerchiamo disperatamente una via di fuga, ma non abbiamo capito che la via di fuga è dentro di noi. Critichiamo ogni angolo quando vediamo spazzatura a terra, ma non ci inchiniamo per raccoglierla e per buttarla. Cerchiamo il difetto anche nelle piccole cose (queste aiuole le hanno fatte male, queste piante sono orrende, ma qui nessuno si occupa delle strade in condizioni pietose?), ma se arriva un forestiero e parla male della nostra Isola partiamo in quarta perchè “posto migliore di questo non lo trovi”. Il magone che ci viene quando ci trasferiamo in città e non possiamo vedere il mare non possiamo spiegarlo nemmeno a parole: il mare ci vive dentro, ci chiama. Ed i nostri occhi potranno vedere mille mari, mille tramonti, mille posti incantevoli ma quando dopo una lunga assenza saliamo i gradini del traghetto e la vediamo lì, tranquilla, regina, piccola ma piena di meraviglie nascoste, in tempesta o durante una giornata afosa promettiamo silenziosamente a noi stessi che non l’abbonderemo mai, questo piccolo angolo di paradiso che amiamo e a volte non sopportiamo. Promettiamoci silenziosamente di dare noi l’esempio a chi viene a visitarci da lontano (o da vicino), promettiamoci silenziosamente che anche se a volte questo posto ci sta così stretto ci calza a pennello come il nostro vestito preferito, perché se vogliamo fuggire da qui vorremo senz’altro fuggire anche dove siamo diretti. Promettiamoci silenziosamente di essere silenziosi, di non puntare sempre il dito su ogni singola persona che vediamo passare mentre siamo seduti al bar. Promettiamoci di essere rispettosi l’uno con l’altro, di non scappare di fronte ai problemi di questo posto. Silenziosamente promettiamoci di non metterci i bastoni fra le ruote l’uno con l’altro, ma di aiutarci a vicenda, senza voler nulla in cambio. Silenziosamente promettiamoci di rendere questo posto un vero gioiello, iniziando dalle persone che questo gioiello lo indossano.

11059532_491485997672509_1735562025340007512_n

Federica

©