saggio

VIVA – PARTE III

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale

La casa era in condizioni disastrose, mi misi a pulirla da cima a fondo in piena notte. L’indomani avrei avuto presto l’aereo. Ero esausta ma la mia energia per una volta andava avanti invece di sballottarmi a destra e sinistra. Facevo le cose come volevo io.

Era estate. Le tre di notte. Il mio viso era stanco. Allungai la mano nella parte vuota del letto: Julian non era più lì. Piansi. Ma dalla finestra entrava la luce della luna piena. Mi riempì il cuore di una strana gioia. Decisi di fare un bagno per salutare la mia terra amata, anche se ero sicura che presto l’avrei rivista.

La mattina seguente i miei bagagli erano già pronti, aspettavo soltanto che venisse il Taxi a prendermi per portarmi in aeroporto. Chiusi la casa in fretta e furia, le cose fatte lentamente mi hanno sempre fatto pensare troppo: troppo e male. Arrivai in aeroporto e nemmeno me ne resi conto. Ero arrivata con largo anticipo. Questo poteva permettermi di fare una delle cose che mi piace di più negli aeroporti una volta passati i soliti controlli: caffè alla mano, tavolino e occhi che vanno a destra e a sinistra per vedere i volti delle persone indaffarate, concentrate, innamorate, deluse, sole, in compagnia che sono pronte a spiccare il volo. Ognuna con una luce speciale negli occhi. Non mi ero accorta che una di quelle luci speciali stava osservando me, un tavolino dietro al mio, mentre ero intenta a guardare avanti. Mi sentii osservata e in una frazione di secondo mi girai di scatto e lo vidi. Sembrava mio padre da giovane. Gambe accavallate, braccia sul tavolino, mani una contro l’altra, moro da fare impazzire. Occhi neri. Grandi. Zingaro nell’Anima quanto me, forse anche di più. Spoglio del superfluo ma pieno dell’essenziale.

Mi girò la testa per qualche secondo: certi occhi ti fanno venire le vertigini a guardarli dentro. Non era il momento che ci precipitassi. Poi continuai a guardare dritta davanti a me. Il mio volo stava per partire. Mi alzai di fretta, avevo perso tempo a fantasticare su quell’uomo così affascinante, mi girai verso di lui mentre le mie gambe facevano tutto da sole per alzarsi. Uno sguardo serio e imperturbabile. Ci guardammo negli occhi, io gli sorrisi come so fare io, che ti faccio capire nulla ma ti faccio capire tutto. Per un attimo i suoi occhi vacillarono, forse stava per alzarsi e venire verso me. Ma per me quello era sufficiente. Scappai dall’uomo misterioso per andare incontro a me stessa.

Chissà dove era diretto, a chi stava pensando, se gli ero piaciuta. Perché mi guardava? Perché invece di guardarmi non si era presentato? Forse era Arabo, forse Spagnolo, magari Sardo. Un fascino tutto particolare il suo, di quelli che piacciono a me, che non ha niente di comune ma al contrario particolare, seducente a tratti elegante e allo stesso tempo gitano.

Arrivai in Grecia ancora stordita da quel fugace incontro, mi aveva turbata e lo capii perché ci stavo ancora pensando. La mente umana è così meschina. Si fa affascinare subito e inizia a girare i film con una protagonista un pò bizzarra. All’aeroporto trovai i miei genitori ad accogliermi: li avevo avvisati poco prima del mio arrivo, chiarendo però che volevo rimanere sola. Li abbracciai fortissimo e parlammo durante il tragitto che doveva portarmi alla mia casa. Bianca e azzurra a strapiombo sul mare.

In mezzo alla folla dell’aeroporto mi parve di intravedere il protagonista del mio incontro gitano avvenuto prima di prendere l’aereo. Ovviamente non era lui.

Ma si sa, gli occhi a volte vedono quello che non c’è.

Gli occhi a volte girano film come se fossero sogni, come fossero veri. Che poi veri lo sono sempre un pò.

CONTINUA…

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