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VIVA – PARTE I

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

VIVA

E’ estate. Le tre del mattino. Io. Viso dorato che cerca di dormire. Turbini infuocano la mia mente ma cerco di rimanere ferma dove sto, mentre viaggio e viaggio. Avere venticinque anni e sentirne addosso quaranta. Un anno particolare. Il mio anno. Avevo sempre fatto quello che gli altri si aspettavano che facessi: in pochi mesi ero riuscita a mandare all’aria tutto per poter ricominciare da zero.

E’ estate. Le cinque del mattino. Prendo sonno. Sogno.

E’ estate. Le otto del mattino. La luce prepotente del sole inizia ad entrare dalle fessure della persiana. La tenda bianca non riesce a trattenerla da quanto è forte. Nei miei occhi il buio, nella mia testa il sogno. Uno di quei sogni che non dimentichi nemmeno dopo anni. I miei piedi sfioravano l’acqua del mare, ci camminavo sopra come fossi leggera quanto una piuma. L’acqua limpida lasciava vedere tutto quello che stava sotto: erba e distese d’alberi a perdita d’occhio. Poi il mio fidanzato, Julian, un nome una garanzia, la mia garanzia. Il mio unico porto sicuro che di sicuro non aveva più niente: era sott’acqua, non mi vedeva nemmeno. Ci guardavamo, mondi ormai distanti, due metà della stessa mela. La mia metà marcia. Lui viveva sotto l’acqua, io cercavo di camminarci sopra. Universi ormai distanti.

Mi ci era voluto un sogno così strano per capirlo, ormai la mia storia con lui era finita. Averne solo preso coscienza mi fece sobbalzare e svegliare d’improvviso. Sudata e spaventata sbarrai gli occhi. Il respiro affannoso, il mio petto agitato, le mani che stringevano il lenzuolo, i muscoli contratti. Feci un respiro, cercai di distendermi: non funzionò granché. Quando è l’Anima ad essere contratta non puoi fare finta di non sentirla, non puoi fare finta di niente. Ed io avevo fatto finta di niente per anni, ammalandomi.

Presi il mio Iphone e guardai l’orario: 10.03. Poco male, oggi non lavoro, sono in ferie e faccio quel che mi pare. Mi alzai ancora con gli occhi chiusi, una spallina del reggiseno abbassata, stordita e complicata: come sempre. Non ricordavo nemmeno dove fossi, poi aprii la finestra: l’odore di salsedine mi stordì. Ero nella casa al mare, quella dei miei genitori. Loro in Grecia, io in Sardegna. La mia adorata Sardegna, il mio vero porto sicuro. La mia fonte di energia. La mia metà della mela sana.

Scesi le scale per raggiungere il pian terreno. I miei vestiti a terra, da una parte all’altra della casa insieme a quelli di Julian. Avevo bevuto troppo ieri per ricordarmi della notte passata. Uscii fuori, la piscina ed il mare. Julian sdraiato sulla sabbia a prendere il sole. Nel nostro piccolo angolo di paradiso ed inferno. Avrei voluto essere lì da sola. Dedicarmi alla stesura del mio nuovo libro, avevo i giorni contati. Dedicare tutto il giorno a me stessa. Invece non ero sola.

Con Julian andava avanti da anni anni, tra alti e bassi, ci siamo sempre amati. Io sempre un filo sopra le righe. Dieci anni di differenza tra noi, ma nessuno dei due li aveva mai sentiti. In otto anni non avevo fatto altro che mettere da parte me stessa per inseguire lui. E vai di attacchi di panico. Che tanto non guastano mai. Che tanto anche se guastano non bastano. Il mio corpo mandava segnali forti, impellenti, esagerati. Io oltre ad avere le orecchi tappate non vedevo nemmeno.

Poi presi la decisione tutta di botto. Come un tuffo a mare da uno scoglio di otto metri (come gli anni in cui ero stata con lui). Ci vuole coraggio. Lo lasciai la sera del Quattordici Agosto in lacrime. Cadde dalle nuvole. Con talmente tante spiegazioni per lasciarlo non mi uscii niente se non: “Basta, per me la nostra storia è finita. Voglio stare sola”.

Ma lui non volle sentire altro: capì subito che ero seria e irreversibile. Il giorno dopo tornò dalla sua famiglia a Parigi, con il cuore infranto, orgoglioso, forse anche lui non mi amava più. Io rimasi sola nella casa sulla spiaggia, nella mia Sardegna che d’un tratto mi parve così nostalgica da farmi venire i brividi. Il bello doveva ancora venire. Il bello non era nemmeno iniziato. Rimasi tre giorni chiusa a casa, nel mio letto, al buio. Era il mio modo per superare la cosa. Mi lasciai andare a tutta la sofferenza e a tutto il dolore che solo in momenti come questi si possono provare. Ma per noi donne è così tremendamente necessario. L’uomo si rimette subito in carreggiata, a volte per farti vedere che lui sta bene anche senza te, a volte proprio perché di te non gli è mai importato nulla. Noi donne no. Per lo meno, le donne come me. Ogni rottura è un lutto vero e proprio. E come ogni lutto c’è bisogno di un modo per metabolizzare senza vomitare i sentimenti. Io avevo trovato il mio e si chiamava solitudine. Compagna traditrice che a volte ti da grandi mazzate e a volte aiuta a ritrovare il sentiero che avevi perso.

Ero uscita fuori carreggiata per così tanto tempo che ero finita in mezzo al mare in tempesta. Naufragata in mezzo alla nebbia non capivo più cosa volevo…figuriamoci chi ero!

Julian era andato via, piansi giorni interi, nonostante questo funerale lo avessi voluto io. “Domani andrà meglio..” era diventato il mio personale mantra.

“Domani ritroverò un altro pezzetto di me in mezzo al mare” era la mia forza. La casa al mare così vuota senza la sua risata fragorosa mi faceva sentire persa, ma una perdizione deliziosa, di quelle che sarebbero servite per ritrovarmi.

Al quarto giorno di letto e buio decisi che era ora di mettere qualcosa sotto i denti. Scesi di sotto, le quattro del pomeriggio, io in condizioni pietose. La giornata instabile, come il mio umore. Un pò nuvoloso ed un pò soleggiato. Mangiai di fretta, vizio maledetto, e mi buttai nella vasca.

Candele ed incensi, il mio bagnoschiuma preferito faceva da balsamo al mio viso in fiamme.

Avevo preso fuoco dopo anni di cenere e abitudine: già era qualcosa.

Potevo sentirmi Viva.

CONTINUA…

donna sulla spiaggia