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VIVA – PARTE IV

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Passai così un fine settimana in cui non feci altro che godermi tramonti e scrivere, scrivere, scrivere. Il mio editore continuava a fare pressione, stava per uscire il mio secondo libro sulla Sardegna, che tanto avevo girato in lungo ed in largo. Durante uno di quei pomeriggi in cui ero in pace, calata a picco dentro me, ecoscandaglio dell’animamia, squillò il telefono. Era Alessia, una delle mie più care amiche, mi chiedeva quando sarei tornata a Firenze. Lei voleva farmi vivere ma ogni volta mi diceva che bisognava sballarsi per vivere. Io questa cosa non l’ho mai capita a pieno. Sballarsi con l’alcool per godersi la vita?

Non trovavo il nesso nelle sue parole, mi era tanto cara, ma eravamo così diverse. Ognuno si gode la vita a modo proprio. Non la capivo quando mi diceva che per godere la vita a pieno bisognava esagerare.. io che ho sempre pensato che tutti gli abusi nascondono un disagio dell’anima. Fare esperienza per me non era scoprire i propri limiti ubriacandosi, fare esperienza per me vuol dire intraprendere un viaggio e non sapere come andrà a finire. Ma viaggiare lo stesso, incontrando le difficoltà e affrontandole.

Cosa stava cercando davvero, Alessia? Le sue avventure fugaci con gli uomini di cui si innamorava mi catturavano, il suo parlare spigliata con tutti a volte mi metteva a disagio.

Spesso andavamo a ballare in discoteca e mi ritrovavo ad essere l’unica sana. Mi sballavo ballando. Quello per me voleva dire fare abuso di certe sostanze: mi divertivo seguendo il ritmo della musica, ancheggiando, lanciando occhiate qui e la. Non avevo bisogno che mi girasse la testa oltretutto.

A volte mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, così diversa in mezzo a tutti quei pesci rossi.

Non mi forzavo di fare le cose solo perchè agli altri facevano stare bene, ho sempre pensato con la testa che stava sopra le mie piccole spalle, non con quella altrui.

Alessia rappresentava la mia parte nascosta, quella che ancora dovevo esplorare. L’avrei esplorata a modo mio, con i miei tempi, quando avrei voluto.

Non sapevo bene cosa volevo dalla vita nè tanto meno da me stessa. Una cosa era certa: scrivere mi calmava e mi rendeva dolce come il mare dopo la tempesta. Avrei continuato su questa linea d’onda, senza ondeggiare troppo.

Il mio week-end a Santorini si trasformò in due settimane. Conobbi un gruppo di ragazze e ragazzi che dovevano rimanere lì un mese, mi presero così tanto a cuore e accettarono nel loro gruppo che decisi che ogni tanto qualche sera l’avrei passata con loro anzichè con il mio pc e la mia luna. Dovevo vivere anche in compagnia.

Giulia, Paolo, Petra, Angela e Alessandra e Luise. Tutti amici da una vita che ogni estate si prendevano un mese solo per loro, per svagarsi e divertirsi come fossera ad Ibiza, ma con più classe. Li conobbi una sera mentre prendevo il sole in spiaggia. I miei occhiali da sole scuri nascondevano l’evidente disagio nei miei occhi: ancora era in corso il funerale della storia passata con Julian. Ma dentro stavo bene, sola con me stessa, per conoscere i miei limiti. Viaggiando. Mentre leggevo un libro mi arrivò una pallonata sulle gambe. Paolo mi corse incontro per scusarsi mentre io, acida più che mai, avevo già gli occhi infuocati di veleno. Mi calmai subito però. Quando vidi che tutto quel gruppo di amici mi venne incontro per scusarsi uno ad uno. Si presentarono e mi invitarono a giocare a palla con loro.

Mi buttai come non avevo mai fatto. Giocammo a palla fino al tramonto come bambini di sei anni, in ansia fino a che i genitori non li avessero chiamati per tornare a casa a mangiare.

Mi chiesero il numero di telefono. Il giorno dopo ero invitata nella loro villa: davano una festa.

Potevo fare quello che volevo: come, quando,dove, con chi lo avrei deciso io solamente.

Padrona della mia vita: volevo essere.

Quella sera scese il sole su Fira (capoluogo della mia Isola Greca) e spuntò una luna magica. Le candele del mio appartamento a strapiombo sul mare erano tutte accese, la camera da letto in pieno disordine (cercavo ordine altrove, dentro me). Io davanti all’armadio con il solito problema di tutte le donne: cosa mettere quella sera? Non m’importava molto di farmi vedere, ma volevo essere totalmente  a mio agio e divertirmi. Come non facevo da tanto. La mia camera del colore della notte mi aiutò a scegliere. Optai per un vestito aderente, corto e scuro. Niente tacchi. Sandali raso terra, come piacevano tanto a me. Non è vero che per sentirci sexy noi donne dobbiamo per forza indossare un tacco 12. Mi sentivo giusta così, bella al punto giusto, giusta per me.

Io ero il mio giudice più ostile, quello che non perdona mai, quello che condanna sempre e mai assolve. Quella sera mentre mi preparavo mandai a fanculo il mio giudice e mi assolsi da sola. Ero libera di sbagliare anche io, dannazione. Ero e sono libera di essere me stessa. Da quel momento in poi promisi silenziosamente dentro me che non mi sarei più giudicata duramente da sola, ma che mi sarei perdonata tutte le volte che commettevo un errore: ero umana anche io, diamine. La perfezione la lasciavo a qualcun altro. Quella sera la lasciai alla Luna, ormai alta in cielo come fosse un piccolo sole, ma più affascinante, zingara nell’anima come me.

 

Così indossai il mio tubino nero ma comodo, i sandali dorati come il sole che stava scendendo sul mare, una piccola borsa. Ero quasi pronta. Niente accessori in più. Andai in bagno, mi cosparsi del mio profumo preferito Maijda, Acqua di Sardegna. La pochette dei trucchi era lì che mi chiamava. Mi guardai allo specchio: il viso abbronzato dal sole c’era, quello sarebbe stato il mio make-up per la serata. Occhi nocciola e sorriso sincero. Non avevo bisogno di altro.

 

CONTINUA…

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VIVA – PARTE I

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

VIVA

E’ estate. Le tre del mattino. Io. Viso dorato che cerca di dormire. Turbini infuocano la mia mente ma cerco di rimanere ferma dove sto, mentre viaggio e viaggio. Avere venticinque anni e sentirne addosso quaranta. Un anno particolare. Il mio anno. Avevo sempre fatto quello che gli altri si aspettavano che facessi: in pochi mesi ero riuscita a mandare all’aria tutto per poter ricominciare da zero.

E’ estate. Le cinque del mattino. Prendo sonno. Sogno.

E’ estate. Le otto del mattino. La luce prepotente del sole inizia ad entrare dalle fessure della persiana. La tenda bianca non riesce a trattenerla da quanto è forte. Nei miei occhi il buio, nella mia testa il sogno. Uno di quei sogni che non dimentichi nemmeno dopo anni. I miei piedi sfioravano l’acqua del mare, ci camminavo sopra come fossi leggera quanto una piuma. L’acqua limpida lasciava vedere tutto quello che stava sotto: erba e distese d’alberi a perdita d’occhio. Poi il mio fidanzato, Julian, un nome una garanzia, la mia garanzia. Il mio unico porto sicuro che di sicuro non aveva più niente: era sott’acqua, non mi vedeva nemmeno. Ci guardavamo, mondi ormai distanti, due metà della stessa mela. La mia metà marcia. Lui viveva sotto l’acqua, io cercavo di camminarci sopra. Universi ormai distanti.

Mi ci era voluto un sogno così strano per capirlo, ormai la mia storia con lui era finita. Averne solo preso coscienza mi fece sobbalzare e svegliare d’improvviso. Sudata e spaventata sbarrai gli occhi. Il respiro affannoso, il mio petto agitato, le mani che stringevano il lenzuolo, i muscoli contratti. Feci un respiro, cercai di distendermi: non funzionò granché. Quando è l’Anima ad essere contratta non puoi fare finta di non sentirla, non puoi fare finta di niente. Ed io avevo fatto finta di niente per anni, ammalandomi.

Presi il mio Iphone e guardai l’orario: 10.03. Poco male, oggi non lavoro, sono in ferie e faccio quel che mi pare. Mi alzai ancora con gli occhi chiusi, una spallina del reggiseno abbassata, stordita e complicata: come sempre. Non ricordavo nemmeno dove fossi, poi aprii la finestra: l’odore di salsedine mi stordì. Ero nella casa al mare, quella dei miei genitori. Loro in Grecia, io in Sardegna. La mia adorata Sardegna, il mio vero porto sicuro. La mia fonte di energia. La mia metà della mela sana.

Scesi le scale per raggiungere il pian terreno. I miei vestiti a terra, da una parte all’altra della casa insieme a quelli di Julian. Avevo bevuto troppo ieri per ricordarmi della notte passata. Uscii fuori, la piscina ed il mare. Julian sdraiato sulla sabbia a prendere il sole. Nel nostro piccolo angolo di paradiso ed inferno. Avrei voluto essere lì da sola. Dedicarmi alla stesura del mio nuovo libro, avevo i giorni contati. Dedicare tutto il giorno a me stessa. Invece non ero sola.

Con Julian andava avanti da anni anni, tra alti e bassi, ci siamo sempre amati. Io sempre un filo sopra le righe. Dieci anni di differenza tra noi, ma nessuno dei due li aveva mai sentiti. In otto anni non avevo fatto altro che mettere da parte me stessa per inseguire lui. E vai di attacchi di panico. Che tanto non guastano mai. Che tanto anche se guastano non bastano. Il mio corpo mandava segnali forti, impellenti, esagerati. Io oltre ad avere le orecchi tappate non vedevo nemmeno.

Poi presi la decisione tutta di botto. Come un tuffo a mare da uno scoglio di otto metri (come gli anni in cui ero stata con lui). Ci vuole coraggio. Lo lasciai la sera del Quattordici Agosto in lacrime. Cadde dalle nuvole. Con talmente tante spiegazioni per lasciarlo non mi uscii niente se non: “Basta, per me la nostra storia è finita. Voglio stare sola”.

Ma lui non volle sentire altro: capì subito che ero seria e irreversibile. Il giorno dopo tornò dalla sua famiglia a Parigi, con il cuore infranto, orgoglioso, forse anche lui non mi amava più. Io rimasi sola nella casa sulla spiaggia, nella mia Sardegna che d’un tratto mi parve così nostalgica da farmi venire i brividi. Il bello doveva ancora venire. Il bello non era nemmeno iniziato. Rimasi tre giorni chiusa a casa, nel mio letto, al buio. Era il mio modo per superare la cosa. Mi lasciai andare a tutta la sofferenza e a tutto il dolore che solo in momenti come questi si possono provare. Ma per noi donne è così tremendamente necessario. L’uomo si rimette subito in carreggiata, a volte per farti vedere che lui sta bene anche senza te, a volte proprio perché di te non gli è mai importato nulla. Noi donne no. Per lo meno, le donne come me. Ogni rottura è un lutto vero e proprio. E come ogni lutto c’è bisogno di un modo per metabolizzare senza vomitare i sentimenti. Io avevo trovato il mio e si chiamava solitudine. Compagna traditrice che a volte ti da grandi mazzate e a volte aiuta a ritrovare il sentiero che avevi perso.

Ero uscita fuori carreggiata per così tanto tempo che ero finita in mezzo al mare in tempesta. Naufragata in mezzo alla nebbia non capivo più cosa volevo…figuriamoci chi ero!

Julian era andato via, piansi giorni interi, nonostante questo funerale lo avessi voluto io. “Domani andrà meglio..” era diventato il mio personale mantra.

“Domani ritroverò un altro pezzetto di me in mezzo al mare” era la mia forza. La casa al mare così vuota senza la sua risata fragorosa mi faceva sentire persa, ma una perdizione deliziosa, di quelle che sarebbero servite per ritrovarmi.

Al quarto giorno di letto e buio decisi che era ora di mettere qualcosa sotto i denti. Scesi di sotto, le quattro del pomeriggio, io in condizioni pietose. La giornata instabile, come il mio umore. Un pò nuvoloso ed un pò soleggiato. Mangiai di fretta, vizio maledetto, e mi buttai nella vasca.

Candele ed incensi, il mio bagnoschiuma preferito faceva da balsamo al mio viso in fiamme.

Avevo preso fuoco dopo anni di cenere e abitudine: già era qualcosa.

Potevo sentirmi Viva.

CONTINUA…

donna sulla spiaggia