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Non ingannare te stesso

Ho scartato per diversi anni tutto quello che poteva urtare la mia sensibilità.
Poi ho capito, attraverso cadute vertiginose, che è inutile evitare qualsiasi cosa ti si presenti davanti. Così come le persone irruente ci sono cose e casi violenti. Violenti nel senso tempestoso del termine. Come gli uragani ti ci ritrovi dentro e te ne accorgi solo dopo, quando ormai è fatta. Ma tu, quella cosa, avresti voluto evitarla e non ci sei riuscita. E d’un tratto, così, come fosse esplosa la pioggia d’estate, ti svegli e decidi di capire che qualsiasi cosa ti porta in un posto nuovo, in qualche stanza, castello, giardino che hai dentro. A volte dalle porte aperte si vedono delle cose meravigliose, altre meno. Ma ho capito che stare sulla soglia in entrambi i casi non servirà a cogliere la lezione a cui siamo destinati. Che ingannare se stessi, poi, a poco serve.

Brevi Storie

Vorrei raccontarti una storia. Di quelle che non hanno una fine perché non hanno mai avuto un vero inizio. Di quelle che porti sempre nel cuore perché le hai solo immaginate. Di quelle che hai immaginato talmente forte che poi qualcosa è diventato realtà.
Non giocare sporco, riuscirei a capirlo. Gioca e basta. Svelami le tue carte, io ti svelerò le mie come fanno le cartomanti: leggo te per leggere me.
Due le tengo in alto stese verso il cielo. Leggermente in penombra, quasi mai alla luce. Lasciale brillare come i cristalli alla luce tiepida dell’alba.

Anime che Bussano

Ho sempre pensato che nella vita da soli non si arriva da nessuna parte, l’ho sempre pensato e sempre ne sono stata convinta. Sino a qualche tempo fa.
Effettivamente da qualsiasi parte io mi giri, mi rivolti a cercare vedo gente in compagnia, le persone sole non ci vogliono stare e questo l’ho capito da quando sono nata. Le persone hanno paura di rimanere sole e anche questo l’ho capito da quando sono nata, da quando mamma mi lasciava all’asilo e io piangevo disperata. Ma davvero la medicina per non soffrire di solitudine è la compagnia degli altri?
E’ questo che non ho mai capito. Siamo unici individui che non riescono a stare soli. Ma come è possibile? Perché non riusciamo a stare da soli? Perché sentiamo quel dolore al petto ogni volta che ci sentiamo soli, ma non sarà forse che la medicina per la solitudine siamo noi stessi e non gli altri?
Ma sarà che usiamo gli altri come pretesto ed in realtà trascuriamo noi stessi? Sarà che non riusciamo più a parlare con la nostra anima? Sarà che questa società ci vuole portare fuori pista? Facendoci credere che se hai 40 anni e non hai nessuno a fianco sei un fallito? Ma chi le detta queste regole? Noi o gli altri? Ma chi le ha inventate! Se a 40 anni sei sposato e hai figli sei una persona per bene, se a 40 anni lavori e vivi da solo ti commiserano! Perché per giudicare una persona dobbiamo far riferimento a quello che hanno, comprese le loro relazioni? Non riusciamo a capire le persone come individui! Una persona può bastarsi benissimo da sola. Perché le persone si struggono e si rovinano quando rimangono sole? Perché danno tutta la colpa agli altri? Quando l’Anima bussa è solo per ricondurci dal posto in cui siamo realmente nati.

VIVA – PARTE IV

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Passai così un fine settimana in cui non feci altro che godermi tramonti e scrivere, scrivere, scrivere. Il mio editore continuava a fare pressione, stava per uscire il mio secondo libro sulla Sardegna, che tanto avevo girato in lungo ed in largo. Durante uno di quei pomeriggi in cui ero in pace, calata a picco dentro me, ecoscandaglio dell’animamia, squillò il telefono. Era Alessia, una delle mie più care amiche, mi chiedeva quando sarei tornata a Firenze. Lei voleva farmi vivere ma ogni volta mi diceva che bisognava sballarsi per vivere. Io questa cosa non l’ho mai capita a pieno. Sballarsi con l’alcool per godersi la vita?

Non trovavo il nesso nelle sue parole, mi era tanto cara, ma eravamo così diverse. Ognuno si gode la vita a modo proprio. Non la capivo quando mi diceva che per godere la vita a pieno bisognava esagerare.. io che ho sempre pensato che tutti gli abusi nascondono un disagio dell’anima. Fare esperienza per me non era scoprire i propri limiti ubriacandosi, fare esperienza per me vuol dire intraprendere un viaggio e non sapere come andrà a finire. Ma viaggiare lo stesso, incontrando le difficoltà e affrontandole.

Cosa stava cercando davvero, Alessia? Le sue avventure fugaci con gli uomini di cui si innamorava mi catturavano, il suo parlare spigliata con tutti a volte mi metteva a disagio.

Spesso andavamo a ballare in discoteca e mi ritrovavo ad essere l’unica sana. Mi sballavo ballando. Quello per me voleva dire fare abuso di certe sostanze: mi divertivo seguendo il ritmo della musica, ancheggiando, lanciando occhiate qui e la. Non avevo bisogno che mi girasse la testa oltretutto.

A volte mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, così diversa in mezzo a tutti quei pesci rossi.

Non mi forzavo di fare le cose solo perchè agli altri facevano stare bene, ho sempre pensato con la testa che stava sopra le mie piccole spalle, non con quella altrui.

Alessia rappresentava la mia parte nascosta, quella che ancora dovevo esplorare. L’avrei esplorata a modo mio, con i miei tempi, quando avrei voluto.

Non sapevo bene cosa volevo dalla vita nè tanto meno da me stessa. Una cosa era certa: scrivere mi calmava e mi rendeva dolce come il mare dopo la tempesta. Avrei continuato su questa linea d’onda, senza ondeggiare troppo.

Il mio week-end a Santorini si trasformò in due settimane. Conobbi un gruppo di ragazze e ragazzi che dovevano rimanere lì un mese, mi presero così tanto a cuore e accettarono nel loro gruppo che decisi che ogni tanto qualche sera l’avrei passata con loro anzichè con il mio pc e la mia luna. Dovevo vivere anche in compagnia.

Giulia, Paolo, Petra, Angela e Alessandra e Luise. Tutti amici da una vita che ogni estate si prendevano un mese solo per loro, per svagarsi e divertirsi come fossera ad Ibiza, ma con più classe. Li conobbi una sera mentre prendevo il sole in spiaggia. I miei occhiali da sole scuri nascondevano l’evidente disagio nei miei occhi: ancora era in corso il funerale della storia passata con Julian. Ma dentro stavo bene, sola con me stessa, per conoscere i miei limiti. Viaggiando. Mentre leggevo un libro mi arrivò una pallonata sulle gambe. Paolo mi corse incontro per scusarsi mentre io, acida più che mai, avevo già gli occhi infuocati di veleno. Mi calmai subito però. Quando vidi che tutto quel gruppo di amici mi venne incontro per scusarsi uno ad uno. Si presentarono e mi invitarono a giocare a palla con loro.

Mi buttai come non avevo mai fatto. Giocammo a palla fino al tramonto come bambini di sei anni, in ansia fino a che i genitori non li avessero chiamati per tornare a casa a mangiare.

Mi chiesero il numero di telefono. Il giorno dopo ero invitata nella loro villa: davano una festa.

Potevo fare quello che volevo: come, quando,dove, con chi lo avrei deciso io solamente.

Padrona della mia vita: volevo essere.

Quella sera scese il sole su Fira (capoluogo della mia Isola Greca) e spuntò una luna magica. Le candele del mio appartamento a strapiombo sul mare erano tutte accese, la camera da letto in pieno disordine (cercavo ordine altrove, dentro me). Io davanti all’armadio con il solito problema di tutte le donne: cosa mettere quella sera? Non m’importava molto di farmi vedere, ma volevo essere totalmente  a mio agio e divertirmi. Come non facevo da tanto. La mia camera del colore della notte mi aiutò a scegliere. Optai per un vestito aderente, corto e scuro. Niente tacchi. Sandali raso terra, come piacevano tanto a me. Non è vero che per sentirci sexy noi donne dobbiamo per forza indossare un tacco 12. Mi sentivo giusta così, bella al punto giusto, giusta per me.

Io ero il mio giudice più ostile, quello che non perdona mai, quello che condanna sempre e mai assolve. Quella sera mentre mi preparavo mandai a fanculo il mio giudice e mi assolsi da sola. Ero libera di sbagliare anche io, dannazione. Ero e sono libera di essere me stessa. Da quel momento in poi promisi silenziosamente dentro me che non mi sarei più giudicata duramente da sola, ma che mi sarei perdonata tutte le volte che commettevo un errore: ero umana anche io, diamine. La perfezione la lasciavo a qualcun altro. Quella sera la lasciai alla Luna, ormai alta in cielo come fosse un piccolo sole, ma più affascinante, zingara nell’anima come me.

 

Così indossai il mio tubino nero ma comodo, i sandali dorati come il sole che stava scendendo sul mare, una piccola borsa. Ero quasi pronta. Niente accessori in più. Andai in bagno, mi cosparsi del mio profumo preferito Maijda, Acqua di Sardegna. La pochette dei trucchi era lì che mi chiamava. Mi guardai allo specchio: il viso abbronzato dal sole c’era, quello sarebbe stato il mio make-up per la serata. Occhi nocciola e sorriso sincero. Non avevo bisogno di altro.

 

CONTINUA…