Mese: settembre 2015

VIVA – PARTE IV

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Passai così un fine settimana in cui non feci altro che godermi tramonti e scrivere, scrivere, scrivere. Il mio editore continuava a fare pressione, stava per uscire il mio secondo libro sulla Sardegna, che tanto avevo girato in lungo ed in largo. Durante uno di quei pomeriggi in cui ero in pace, calata a picco dentro me, ecoscandaglio dell’animamia, squillò il telefono. Era Alessia, una delle mie più care amiche, mi chiedeva quando sarei tornata a Firenze. Lei voleva farmi vivere ma ogni volta mi diceva che bisognava sballarsi per vivere. Io questa cosa non l’ho mai capita a pieno. Sballarsi con l’alcool per godersi la vita?

Non trovavo il nesso nelle sue parole, mi era tanto cara, ma eravamo così diverse. Ognuno si gode la vita a modo proprio. Non la capivo quando mi diceva che per godere la vita a pieno bisognava esagerare.. io che ho sempre pensato che tutti gli abusi nascondono un disagio dell’anima. Fare esperienza per me non era scoprire i propri limiti ubriacandosi, fare esperienza per me vuol dire intraprendere un viaggio e non sapere come andrà a finire. Ma viaggiare lo stesso, incontrando le difficoltà e affrontandole.

Cosa stava cercando davvero, Alessia? Le sue avventure fugaci con gli uomini di cui si innamorava mi catturavano, il suo parlare spigliata con tutti a volte mi metteva a disagio.

Spesso andavamo a ballare in discoteca e mi ritrovavo ad essere l’unica sana. Mi sballavo ballando. Quello per me voleva dire fare abuso di certe sostanze: mi divertivo seguendo il ritmo della musica, ancheggiando, lanciando occhiate qui e la. Non avevo bisogno che mi girasse la testa oltretutto.

A volte mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, così diversa in mezzo a tutti quei pesci rossi.

Non mi forzavo di fare le cose solo perchè agli altri facevano stare bene, ho sempre pensato con la testa che stava sopra le mie piccole spalle, non con quella altrui.

Alessia rappresentava la mia parte nascosta, quella che ancora dovevo esplorare. L’avrei esplorata a modo mio, con i miei tempi, quando avrei voluto.

Non sapevo bene cosa volevo dalla vita nè tanto meno da me stessa. Una cosa era certa: scrivere mi calmava e mi rendeva dolce come il mare dopo la tempesta. Avrei continuato su questa linea d’onda, senza ondeggiare troppo.

Il mio week-end a Santorini si trasformò in due settimane. Conobbi un gruppo di ragazze e ragazzi che dovevano rimanere lì un mese, mi presero così tanto a cuore e accettarono nel loro gruppo che decisi che ogni tanto qualche sera l’avrei passata con loro anzichè con il mio pc e la mia luna. Dovevo vivere anche in compagnia.

Giulia, Paolo, Petra, Angela e Alessandra e Luise. Tutti amici da una vita che ogni estate si prendevano un mese solo per loro, per svagarsi e divertirsi come fossera ad Ibiza, ma con più classe. Li conobbi una sera mentre prendevo il sole in spiaggia. I miei occhiali da sole scuri nascondevano l’evidente disagio nei miei occhi: ancora era in corso il funerale della storia passata con Julian. Ma dentro stavo bene, sola con me stessa, per conoscere i miei limiti. Viaggiando. Mentre leggevo un libro mi arrivò una pallonata sulle gambe. Paolo mi corse incontro per scusarsi mentre io, acida più che mai, avevo già gli occhi infuocati di veleno. Mi calmai subito però. Quando vidi che tutto quel gruppo di amici mi venne incontro per scusarsi uno ad uno. Si presentarono e mi invitarono a giocare a palla con loro.

Mi buttai come non avevo mai fatto. Giocammo a palla fino al tramonto come bambini di sei anni, in ansia fino a che i genitori non li avessero chiamati per tornare a casa a mangiare.

Mi chiesero il numero di telefono. Il giorno dopo ero invitata nella loro villa: davano una festa.

Potevo fare quello che volevo: come, quando,dove, con chi lo avrei deciso io solamente.

Padrona della mia vita: volevo essere.

Quella sera scese il sole su Fira (capoluogo della mia Isola Greca) e spuntò una luna magica. Le candele del mio appartamento a strapiombo sul mare erano tutte accese, la camera da letto in pieno disordine (cercavo ordine altrove, dentro me). Io davanti all’armadio con il solito problema di tutte le donne: cosa mettere quella sera? Non m’importava molto di farmi vedere, ma volevo essere totalmente  a mio agio e divertirmi. Come non facevo da tanto. La mia camera del colore della notte mi aiutò a scegliere. Optai per un vestito aderente, corto e scuro. Niente tacchi. Sandali raso terra, come piacevano tanto a me. Non è vero che per sentirci sexy noi donne dobbiamo per forza indossare un tacco 12. Mi sentivo giusta così, bella al punto giusto, giusta per me.

Io ero il mio giudice più ostile, quello che non perdona mai, quello che condanna sempre e mai assolve. Quella sera mentre mi preparavo mandai a fanculo il mio giudice e mi assolsi da sola. Ero libera di sbagliare anche io, dannazione. Ero e sono libera di essere me stessa. Da quel momento in poi promisi silenziosamente dentro me che non mi sarei più giudicata duramente da sola, ma che mi sarei perdonata tutte le volte che commettevo un errore: ero umana anche io, diamine. La perfezione la lasciavo a qualcun altro. Quella sera la lasciai alla Luna, ormai alta in cielo come fosse un piccolo sole, ma più affascinante, zingara nell’anima come me.

 

Così indossai il mio tubino nero ma comodo, i sandali dorati come il sole che stava scendendo sul mare, una piccola borsa. Ero quasi pronta. Niente accessori in più. Andai in bagno, mi cosparsi del mio profumo preferito Maijda, Acqua di Sardegna. La pochette dei trucchi era lì che mi chiamava. Mi guardai allo specchio: il viso abbronzato dal sole c’era, quello sarebbe stato il mio make-up per la serata. Occhi nocciola e sorriso sincero. Non avevo bisogno di altro.

 

CONTINUA…