Mese: agosto 2015

VIVA – PARTE III

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale

La casa era in condizioni disastrose, mi misi a pulirla da cima a fondo in piena notte. L’indomani avrei avuto presto l’aereo. Ero esausta ma la mia energia per una volta andava avanti invece di sballottarmi a destra e sinistra. Facevo le cose come volevo io.

Era estate. Le tre di notte. Il mio viso era stanco. Allungai la mano nella parte vuota del letto: Julian non era più lì. Piansi. Ma dalla finestra entrava la luce della luna piena. Mi riempì il cuore di una strana gioia. Decisi di fare un bagno per salutare la mia terra amata, anche se ero sicura che presto l’avrei rivista.

La mattina seguente i miei bagagli erano già pronti, aspettavo soltanto che venisse il Taxi a prendermi per portarmi in aeroporto. Chiusi la casa in fretta e furia, le cose fatte lentamente mi hanno sempre fatto pensare troppo: troppo e male. Arrivai in aeroporto e nemmeno me ne resi conto. Ero arrivata con largo anticipo. Questo poteva permettermi di fare una delle cose che mi piace di più negli aeroporti una volta passati i soliti controlli: caffè alla mano, tavolino e occhi che vanno a destra e a sinistra per vedere i volti delle persone indaffarate, concentrate, innamorate, deluse, sole, in compagnia che sono pronte a spiccare il volo. Ognuna con una luce speciale negli occhi. Non mi ero accorta che una di quelle luci speciali stava osservando me, un tavolino dietro al mio, mentre ero intenta a guardare avanti. Mi sentii osservata e in una frazione di secondo mi girai di scatto e lo vidi. Sembrava mio padre da giovane. Gambe accavallate, braccia sul tavolino, mani una contro l’altra, moro da fare impazzire. Occhi neri. Grandi. Zingaro nell’Anima quanto me, forse anche di più. Spoglio del superfluo ma pieno dell’essenziale.

Mi girò la testa per qualche secondo: certi occhi ti fanno venire le vertigini a guardarli dentro. Non era il momento che ci precipitassi. Poi continuai a guardare dritta davanti a me. Il mio volo stava per partire. Mi alzai di fretta, avevo perso tempo a fantasticare su quell’uomo così affascinante, mi girai verso di lui mentre le mie gambe facevano tutto da sole per alzarsi. Uno sguardo serio e imperturbabile. Ci guardammo negli occhi, io gli sorrisi come so fare io, che ti faccio capire nulla ma ti faccio capire tutto. Per un attimo i suoi occhi vacillarono, forse stava per alzarsi e venire verso me. Ma per me quello era sufficiente. Scappai dall’uomo misterioso per andare incontro a me stessa.

Chissà dove era diretto, a chi stava pensando, se gli ero piaciuta. Perché mi guardava? Perché invece di guardarmi non si era presentato? Forse era Arabo, forse Spagnolo, magari Sardo. Un fascino tutto particolare il suo, di quelli che piacciono a me, che non ha niente di comune ma al contrario particolare, seducente a tratti elegante e allo stesso tempo gitano.

Arrivai in Grecia ancora stordita da quel fugace incontro, mi aveva turbata e lo capii perché ci stavo ancora pensando. La mente umana è così meschina. Si fa affascinare subito e inizia a girare i film con una protagonista un pò bizzarra. All’aeroporto trovai i miei genitori ad accogliermi: li avevo avvisati poco prima del mio arrivo, chiarendo però che volevo rimanere sola. Li abbracciai fortissimo e parlammo durante il tragitto che doveva portarmi alla mia casa. Bianca e azzurra a strapiombo sul mare.

In mezzo alla folla dell’aeroporto mi parve di intravedere il protagonista del mio incontro gitano avvenuto prima di prendere l’aereo. Ovviamente non era lui.

Ma si sa, gli occhi a volte vedono quello che non c’è.

Gli occhi a volte girano film come se fossero sogni, come fossero veri. Che poi veri lo sono sempre un pò.

CONTINUA…

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VIVA – PARTE II

Questo racconto non è una biografia, è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Un’ora dopo uscii dalla vasca e mi avvolsi nell’asciugamano. Mi guardai allo specchio, lasciai cadere l’asciugamano a terra ed iniziai ad osservarmi fuori soltanto per capire cosa stava accadendo dentro. In tutti questi anni avevo perso il controllo di me. Troppo trucco per nascondere la tristezza negli occhi, la tristezza di chi non riesce a capire cosa vuole e si sente in gabbia. Troppo mascara e troppi smokey-eye. Non uscivo di casa senza rossetto: corazza amaranto contro il mondo che pensavo non mi capisse. Anche lì davanti allo specchio avevo i residui del trucco di qualche giorno prima. Il rossetto, il mascara. Poi la mia mano aiutata da qualche dischetto di cotone tolse tutto il superfluo.

Rimase l’essenziale. E nonostante la faccia gonfia ancora dalle lacrime questo essenziale mi piaceva eccome. Tutti mi chiedono ancora cosa sia cambiato in me da un momento all’altro. Non posso di certo rivelare che è cambiato tutto mentre mi guardavo nuda mentre toglievo il trucco, metafora delle mie zavorre e dei miei problemi. In quel momento spogliandomi mi sono vista per la prima volta dopo 25 anni.

In quel momento ho capito che potevo farcela anche senza un uomo accanto a me. In quel momento ho capito che a volte posso essere io l’uomo di me stessa, proteggermi da sola, accudirmi, sentirmi speciale a prescindere.

Quello che non sapevo ancora era che di lì a poco, durante il mio cammino vivo, avrei fatto incontri strepitosi. Il più speciale di tutti sarebbe stato con un paio di occhi grandi e neri. Ma ancora non potevo immaginarlo. Decisi quindi di intraprendere il mio percorso da sola, senza pretese, facendo quello che più mi piaceva e che mi appassionava.

La sera in cui decisi di spogliarmi davanti allo specchio decisi che era ora di uscire da quella casa e godermi la Mia Sardegna. Asciugai la montagna di capelli, indossai un vestito e non presi il rossetto in mano. Presi la macchina e mi misi in viaggio, viaggiando dentro me. Quanto ho amato ed amo questa Terra. Da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Da La Maddalena a Cagliari, da Alghero ad Olbia. Ogni volta che cammino su questa terra sento una speciale energia che non sento da nessun altra parte. Ed io ci vivo parlando di questa energia, di questa terra, nei miei libri. Ho imparato a capire che c’è molto di più del mare cristallino qui, è qui che mi sono ritrovata.

Mi fermai con la macchina in una piccola piazzola, il sole tramontava ed io mi appollaiai su un tronco d’albero per godermela. Ma ancora non era tempo, giacché il mio telefono – di cui avevo completamente ignorato l’esistenza in quei giorni- si mise a squillare incessantemente: era mia madre.

La Donna della mia vita. Risposi.

-<< Aurora! Ciao cara, come stai? Va tutto bene?>>

Le mamme speciali sono così, sentono che ti succede qualcosa anche con chilometri di distanza. Il loro sesto senso non sbaglia mai. Ti chiamano quando meno te l’aspetti e fanno finta che anche loro sono tranquille, quando muoiono perché non vogliono far altro che starti accanto.

-<< Mamma, scusa se non mi sono fatta sentire in questi giorni. Ho avuto problemi con Julian, è tornato a Parigi. E’ finita per sempre.>>

-<< Davvero tesoro? Come ti senti adesso?>>

-<< Male, ma ho preso io la decisione. Mi passerà.>>

-<<….>>

Mia madre rimase in silenzio per alcuni minuti: uno, forse dieci. Piangemmo insieme senza saperlo. Era il suo modo di starmi vicino ed io la sentivo con tutto il suo ed il mio cuore.

-<< Amore se hai deciso così vuol dire che c’è altro che ti attende, vedrai che riprenderai la tua vita in mano>>.

Aveva capito tutto, senza bisogno di dire granché. La amavo troppo ma non glielo dissi, timida quale ero.

-<< Ma a Santorini invece? Come si sta?>>

Parlammo per un’ora e mezza di quanto fosse bella la Grecia, ed io per un’ora e mezza dimenticai anche del posto in cui ero, giacché credevo di trovarmi a Santorini insieme a loro. Poi ci salutammo e attaccai il telefono. Avevo fatto il pieno di parole per la giornata. Presi la macchina e tornai indietro, a casa mia.

Facendo la strada a ritroso mi ritrovai a piedi nudi, facendo a ritroso nel mio passato. Flashback senza filtri del mio domani.

Arrivata a casa andai dritta verso il mio computer, prenotai senza pensare due volte. Il giorno dopo sarei partita per Santorini anche io. Prenotai un piccolo appartamento a picco sul mare: “Perfetta per un week-end romantico”. Effettivamente lo era, per me, un fine settimana a tu per tu con me stessa: mica cavoli. Mica con il primo che passa.

CONTINUA…

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VIVA – PARTE I

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

VIVA

E’ estate. Le tre del mattino. Io. Viso dorato che cerca di dormire. Turbini infuocano la mia mente ma cerco di rimanere ferma dove sto, mentre viaggio e viaggio. Avere venticinque anni e sentirne addosso quaranta. Un anno particolare. Il mio anno. Avevo sempre fatto quello che gli altri si aspettavano che facessi: in pochi mesi ero riuscita a mandare all’aria tutto per poter ricominciare da zero.

E’ estate. Le cinque del mattino. Prendo sonno. Sogno.

E’ estate. Le otto del mattino. La luce prepotente del sole inizia ad entrare dalle fessure della persiana. La tenda bianca non riesce a trattenerla da quanto è forte. Nei miei occhi il buio, nella mia testa il sogno. Uno di quei sogni che non dimentichi nemmeno dopo anni. I miei piedi sfioravano l’acqua del mare, ci camminavo sopra come fossi leggera quanto una piuma. L’acqua limpida lasciava vedere tutto quello che stava sotto: erba e distese d’alberi a perdita d’occhio. Poi il mio fidanzato, Julian, un nome una garanzia, la mia garanzia. Il mio unico porto sicuro che di sicuro non aveva più niente: era sott’acqua, non mi vedeva nemmeno. Ci guardavamo, mondi ormai distanti, due metà della stessa mela. La mia metà marcia. Lui viveva sotto l’acqua, io cercavo di camminarci sopra. Universi ormai distanti.

Mi ci era voluto un sogno così strano per capirlo, ormai la mia storia con lui era finita. Averne solo preso coscienza mi fece sobbalzare e svegliare d’improvviso. Sudata e spaventata sbarrai gli occhi. Il respiro affannoso, il mio petto agitato, le mani che stringevano il lenzuolo, i muscoli contratti. Feci un respiro, cercai di distendermi: non funzionò granché. Quando è l’Anima ad essere contratta non puoi fare finta di non sentirla, non puoi fare finta di niente. Ed io avevo fatto finta di niente per anni, ammalandomi.

Presi il mio Iphone e guardai l’orario: 10.03. Poco male, oggi non lavoro, sono in ferie e faccio quel che mi pare. Mi alzai ancora con gli occhi chiusi, una spallina del reggiseno abbassata, stordita e complicata: come sempre. Non ricordavo nemmeno dove fossi, poi aprii la finestra: l’odore di salsedine mi stordì. Ero nella casa al mare, quella dei miei genitori. Loro in Grecia, io in Sardegna. La mia adorata Sardegna, il mio vero porto sicuro. La mia fonte di energia. La mia metà della mela sana.

Scesi le scale per raggiungere il pian terreno. I miei vestiti a terra, da una parte all’altra della casa insieme a quelli di Julian. Avevo bevuto troppo ieri per ricordarmi della notte passata. Uscii fuori, la piscina ed il mare. Julian sdraiato sulla sabbia a prendere il sole. Nel nostro piccolo angolo di paradiso ed inferno. Avrei voluto essere lì da sola. Dedicarmi alla stesura del mio nuovo libro, avevo i giorni contati. Dedicare tutto il giorno a me stessa. Invece non ero sola.

Con Julian andava avanti da anni anni, tra alti e bassi, ci siamo sempre amati. Io sempre un filo sopra le righe. Dieci anni di differenza tra noi, ma nessuno dei due li aveva mai sentiti. In otto anni non avevo fatto altro che mettere da parte me stessa per inseguire lui. E vai di attacchi di panico. Che tanto non guastano mai. Che tanto anche se guastano non bastano. Il mio corpo mandava segnali forti, impellenti, esagerati. Io oltre ad avere le orecchi tappate non vedevo nemmeno.

Poi presi la decisione tutta di botto. Come un tuffo a mare da uno scoglio di otto metri (come gli anni in cui ero stata con lui). Ci vuole coraggio. Lo lasciai la sera del Quattordici Agosto in lacrime. Cadde dalle nuvole. Con talmente tante spiegazioni per lasciarlo non mi uscii niente se non: “Basta, per me la nostra storia è finita. Voglio stare sola”.

Ma lui non volle sentire altro: capì subito che ero seria e irreversibile. Il giorno dopo tornò dalla sua famiglia a Parigi, con il cuore infranto, orgoglioso, forse anche lui non mi amava più. Io rimasi sola nella casa sulla spiaggia, nella mia Sardegna che d’un tratto mi parve così nostalgica da farmi venire i brividi. Il bello doveva ancora venire. Il bello non era nemmeno iniziato. Rimasi tre giorni chiusa a casa, nel mio letto, al buio. Era il mio modo per superare la cosa. Mi lasciai andare a tutta la sofferenza e a tutto il dolore che solo in momenti come questi si possono provare. Ma per noi donne è così tremendamente necessario. L’uomo si rimette subito in carreggiata, a volte per farti vedere che lui sta bene anche senza te, a volte proprio perché di te non gli è mai importato nulla. Noi donne no. Per lo meno, le donne come me. Ogni rottura è un lutto vero e proprio. E come ogni lutto c’è bisogno di un modo per metabolizzare senza vomitare i sentimenti. Io avevo trovato il mio e si chiamava solitudine. Compagna traditrice che a volte ti da grandi mazzate e a volte aiuta a ritrovare il sentiero che avevi perso.

Ero uscita fuori carreggiata per così tanto tempo che ero finita in mezzo al mare in tempesta. Naufragata in mezzo alla nebbia non capivo più cosa volevo…figuriamoci chi ero!

Julian era andato via, piansi giorni interi, nonostante questo funerale lo avessi voluto io. “Domani andrà meglio..” era diventato il mio personale mantra.

“Domani ritroverò un altro pezzetto di me in mezzo al mare” era la mia forza. La casa al mare così vuota senza la sua risata fragorosa mi faceva sentire persa, ma una perdizione deliziosa, di quelle che sarebbero servite per ritrovarmi.

Al quarto giorno di letto e buio decisi che era ora di mettere qualcosa sotto i denti. Scesi di sotto, le quattro del pomeriggio, io in condizioni pietose. La giornata instabile, come il mio umore. Un pò nuvoloso ed un pò soleggiato. Mangiai di fretta, vizio maledetto, e mi buttai nella vasca.

Candele ed incensi, il mio bagnoschiuma preferito faceva da balsamo al mio viso in fiamme.

Avevo preso fuoco dopo anni di cenere e abitudine: già era qualcosa.

Potevo sentirmi Viva.

CONTINUA…

donna sulla spiaggia

Un’Isola da Indossare

La Mia Isola: tanto amata quanto criticata. Si cerca lavoro altrove, in altre città, ma se troviamo un lavoro fuori cerchiamo sempre un modo per tornare. Cerchiamo sempre di fuggire durante l’inverno, ma quando fuggiamo non vediamo l’ora di tornare (e non badiamo che sia estate o inverno). Cerchiamo disperatamente una via di fuga, ma non abbiamo capito che la via di fuga è dentro di noi. Critichiamo ogni angolo quando vediamo spazzatura a terra, ma non ci inchiniamo per raccoglierla e per buttarla. Cerchiamo il difetto anche nelle piccole cose (queste aiuole le hanno fatte male, queste piante sono orrende, ma qui nessuno si occupa delle strade in condizioni pietose?), ma se arriva un forestiero e parla male della nostra Isola partiamo in quarta perchè “posto migliore di questo non lo trovi”. Il magone che ci viene quando ci trasferiamo in città e non possiamo vedere il mare non possiamo spiegarlo nemmeno a parole: il mare ci vive dentro, ci chiama. Ed i nostri occhi potranno vedere mille mari, mille tramonti, mille posti incantevoli ma quando dopo una lunga assenza saliamo i gradini del traghetto e la vediamo lì, tranquilla, regina, piccola ma piena di meraviglie nascoste, in tempesta o durante una giornata afosa promettiamo silenziosamente a noi stessi che non l’abbonderemo mai, questo piccolo angolo di paradiso che amiamo e a volte non sopportiamo. Promettiamoci silenziosamente di dare noi l’esempio a chi viene a visitarci da lontano (o da vicino), promettiamoci silenziosamente che anche se a volte questo posto ci sta così stretto ci calza a pennello come il nostro vestito preferito, perché se vogliamo fuggire da qui vorremo senz’altro fuggire anche dove siamo diretti. Promettiamoci silenziosamente di essere silenziosi, di non puntare sempre il dito su ogni singola persona che vediamo passare mentre siamo seduti al bar. Promettiamoci di essere rispettosi l’uno con l’altro, di non scappare di fronte ai problemi di questo posto. Silenziosamente promettiamoci di non metterci i bastoni fra le ruote l’uno con l’altro, ma di aiutarci a vicenda, senza voler nulla in cambio. Silenziosamente promettiamoci di rendere questo posto un vero gioiello, iniziando dalle persone che questo gioiello lo indossano.

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Federica

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