Mese: aprile 2014

L’Uomo e il Mare

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D’un tratto, tra i miei libri di pedagogia spunta un foglio: la fotocopia di un libro. “Le confessioni” Di S. Agostino. Lo studiai quasi tre anni fa e ne rimasi colpita. 

Leggo.
“Chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinchè io parli. E cosa sono io stesso per te (…)?”

Sembra più un discorso da filosofo che da pedagogista, ed infatti Agostino divenne famoso oltre che per la sua bontà proprio per la cura della sua anima. Si, proprio così, infatti dice:

 “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso; la verità sta nell’intimo dell’anima umana.”

Dopo aver trovato questa frase mi sono messa a fare una carrellata mentale di tutti i pedagogisti più famosi: ognuno con un chiaro obiettivo. Ovvero far rientrare il bambino dentro degli schemi, dargli dei paletti, c’è chi dice di prendere a percosse il bambino, chi denuncia chi dice di prendere a percosse, chi si propone di mettere Emilio (il famoso bambino immaginario di Rousseau) in un ambiente adatto.

Sento un’ispirazione viscerale in questo momento, non ricordo molto di S. Agostino. Ricordo che mi piacque molto ma ancor di più ricordo la sua splendida filosofia del ricercare se stessi. Ma se la verità a cui noi tutti aneliamo sta dentro di noi, perchè a volte sembriamo non bastarci? Perché a volte ci convinciamo che abbiamo bisogno di qualcuno a tutti i costi per stare bene con noi stessi?

Qui c’è qualcosa che non mi quadra. Non tanto per quello che dice S. Agostino ma per quello che facciamo noi, oggi nel 2014. Ma i filosofi sono da millenni che parlano di esistenza ed alla fine la filosofia altro non è che la ricerca e lo studio di quello che ci circonda e di quello che sentiamo, proviamo, immaginiamo, quello che ci emoziona. Possibile che nessuno di noi si è reso conto che quello che dobbiamo fare non è studiare filosofia, non è studiare pedagogia, non è studiare psicologia solo per il fatto di dover apprendere qualcosa. Sarà che forse non ci siamo accorti che cercando di capire il pensiero di certe menti dobbiamo –per forza di cose- calarci a picco dentro la nostra anima?

Ricordo ancora del meraviglioso viaggio che Platone fece fare all’anima una volta uscita dal corpo. Ricordo ancora S. Agostino che ci dice in mille modi che dobbiamo ritrovare noi stessi per ricongiungerci con qualcosa di più potente, di più Alto.
Alla fine studiare ci serve a questo: non a ricordare le cose a memoria, non a prendere un 30 e lode all’università e nemmeno a prendere un 9 alle superiori. Studiare –quello che ci interessa- vuol dire entrare in noi stessi, vuol dire munirsi di cinture di sicurezza e provare –almeno- a scendere nel buio del nostro essere. Ma a volte le cinture di sicurezza non bastano, a metà strada si sganciano, noi le perdiamo, e vaghiamo nel buio. A volte ci caliamo con tutta calma mentre a volte ci troviamo dentro un burrone, caduti non si sa per quale motivo.

L’uomo è così. Imprevedibile ed incostante come il mare. Un attimo è calmo, l’attimo dopo in tempesta.
L’uomo è come il mare alla ricerca dei propri scogli, perché il mare sbatte forte sulle scogliere così come noi sbattiamo forte sulla nostra anima: a volte per sentirla dobbiamo farci del male.

La verità è che c’è sempre un motivo, le cose non accadono mai per caso. Ogni cosa che avviene, noi dobbiamo prenderla. Divoriamola, amiamola, controlliamola –ma non troppo-, avviciniamola a noi e poi allontaniamola.

Buttiamo la nostra lente di ingrandimento dentro i nostri abissi, prepariamoci ad accettare tutto quello che siamo. Tutte le persone che portiamo dentro. Ogni cosa che guardiamo, leggiamo, studiamo, osserviamo ci parla in un linguaggio palpitante – pronto, eterno, che non ha regole, non ha confini, non ha limiti – come solo quello dell’anima può essere.

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