Mese: febbraio 2014

L’uomo libero dalle catene – Il Mito della Caverna, Platone

Il vero filosofo è colui che ama la verità (aletheia) e non insegue l’opinione (doxa).

Inizia così Platone la sua filosofia. La verità è l’autentica conoscenza, la quale si può raggiungere solo nella visione dei puri concetti; l’opinione, per contro, è quella conoscenza fallace che deriva dalla comprensione dei soli fenomeni sensibili, i quali sono evidentemente contraddittori. Vi è infatti una netta differenza tra un uomo che ama le cose belle (l’opinione) e un uomo che ama invece la bellezza in sé (la verità). Il primo non può che avere un opinione della bellezza riferita ad una determinata contingenza dei sensi, per cui la bellezza rimane un’esperienza soggettiva legata al gusto personale di chi la considera, il secondo raggiunge la vera conoscenza del bello in quanto ne considera il concetto puro e universale, valido in ogni occasione.

Platone ci parla tanto di verità, che pare essere il pilastro della sua filosofia. Su questo concetto come non menzionare il mito della caverna? Non è l’unico mito raccontato da Platone, in quanto ad ogni mito corrisponde una sua teoria, per lui il mito è un racconto metaforico e simbolico che gli serve per semplificare i concetti da esprimere.

[…]Immagina di vedere degli uomini rinchiudi in un’abitazione sotterranea a forma di caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce […] che si trovino qui fin da fanciulli con le gambe ed il collo in catene […] incapaci di volgere intorno la testa a causa delle catene, e che dietro a loro arda una luce di fuoco […]

Inizia così Platone, descrivendoci questa caverna. Ci spiega cosa c’è all’interno: degli uomini chiusi e incatenati con lo sguardo rivolto verso il fondo della caverna (sono legati, non posso guardare o vedere altro). Fuori dalla caverna il modo è lo stesso di Platone, lo stesso dove viviamo noi adesso. Un mondo fatto di piante, alberi, c’è il sole, la luna, le stelle. Immaginiamo di vedere questa caverna dall’esterno: fuori c’è un prato, magari anche degli alberi ed il sole splende forte. Passo dopo passo ci avviciniamo alla soglia della caverna, mettiamo il naso dentro e dopo esserci abituati a tanta oscurità vediamo quello che Platone ci aveva descritto. All’entrata della caverna c’è un falò ed un muro dietro il quale transitano persone che portano vari oggetti sulla testa. E’ il muro che separa gli uomini legati da queste persone, e ciò che vedono non sono le ombre delle persone ma le ombre degli oggetti. Gli uomini legati percepisco il mondo in maniera distorta. Continua così Platone:

[…]Immagina allora che degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti di ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono […]

Ecco che, come detto, gli uomini della caverna percepiscono un mondo distorto,  e pensano che quello che vedano sia la verità. Per Platone noi siamo come questi uomini della caverna, ciò che vediamo, che consideriamo vero sono solo ombre. Opinione.

[…]considera ora quale potrebbe essere la loro liberazione  e la loro guarigione dalle catene e dall’insensatezza […] qualora uno fosse sciolto e costretto a camminare e  a levare lo sguardo verso la luce […].

Se uno di questi uomini potesse uscire dalla caverna, per lo sforzo di guardare la luce, resterebbe subito abbagliato ma piano piano vi farebbe l’abitudine: “da primo potrà vedere più facilmente le ombre e, da ultimo, le cose stesse”.

[…] Per ultimo, credo, potrebbe vedere il sole, e non le sue immagini nelle acque o in un luogo estraneo ad esso, ma esso stesso di  per sé nella sede che gli è propria, e considerarlo come esso è.

 

 

Ma chi ha visto la luce ha il compito, secondo Platone, di utilizzare le proprie conoscenze per liberare coloro che sono ancora in catene. I compagni, in un primo momento, riderebbero di lui, ma l’uomo liberato non può ormai tornare indietro e concepire il mondo come prima, limitandosi alla sola comprensione delle ombre.

Se è vero che il mito è fatto di simboli e che Platone li usa per farci capire meglio di cosa vuole parlare possiamo dire che la luce del fuoco rappresenta la conoscenza,  gli uomini dietro muricciolo le cose come realmente sono (la verità), mentre la loro ombra rappresenta l’interpretazione sensibile delle cose stesse (l’opinione).  Gli uomini incatenati rappresentano la condizione naturale di ogni individuo, condannato a percepire l’ombra sensibile (l’opinione) dei concetti universali (la verità).  Platone insegna come l’amore per la conoscenza (la filosofia stessa) possa portare l’uomo a liberarsi delle gabbie incerte dell’esperienza comune e raggiungere una comprensione reale e autentica del mondo.

E’ così l’uomo per Platone: un uomo circondato dall’opinione, da false verità, false dottrine. Un uomo incatenato nella sua stessa vita. Ma non tutti gli uomini sono destinati a rimanere incatenati, l’uomo che ama la vera verità farà di tutto per raggiungerla, e una volta scoperta continuerà a studiarla, a rapportarsi con essa, come se non ci fosse mai fine alle scoperte dell’esistenza.

Lacrime

 

Cosa sono le lacrime in verità? Posso averlo capito?

Subiscono un processo, le lacrime, di cui non si ha nemmeno idea.
Non tutti piangono.

Si piange per far scivolare il dolore, e così si pensa che dopo si starà meglio.
In verità, ciò che non si sa è che quando si piange non si fa altro che alimentare la voragine.
Per qualche istante si chiuderà, poi il dolore tornerà..
il dolore tornerà duplicato.. e tu non potrai fare altro che piangere
per farti scivolare tutto addosso
perchè ti sembra l’unico modo per poi poter stare meglio dopo
perchè infondo l’anima non riesce a contenere un intero oceano
e l’acqua accumulata deve uscire, uscire sempre..
scivolare giù dai margini..
e allora ti accorgi che forse – come tutti – altro non è mai piangere che far uscire un po’ di ricordi, di emozioni, di dolori, di ferite, fare uscire tutto per un attimo.. per quei minuti in cui ti stanno fuori dall’anima.. perchè stanno lì fuori che ti passano per le guance e arrivano a farti quei laghetti lì nelle conche del collo.. e allora devi alzare la mano e prosciugare i laghi..
e così ti accorgi che hai finito di piangere
e ti accorgi che forse un po’ hai fatto bene a farle uscire, quelle lacrime che non sono niente altro che le ferite aperte con quelle che credevi già chiuse.
Almeno hai potuto credere, per qualche istante di poter chiudere tutto, di poter far scivolare via ogni cosa.
Almeno ci hai provato.
Dopo un po’ ti accorgerai che le lacrime usciranno meno.. fino a chè arriverà la barriera, e le ferite non vorrai più farle ricucire.. e il sangue bianco non vorrà più uscire (anche se ogni tanto credi di fare la cosa sbagliata). E agli altri sembrerai uno normale, mentre dentro sei già morto..

—Solo chi guarda con gli occhi dell’anima vede davvero le persone soffire. Gli altri, fanno finta di consolare, non sapendo che la loro è pietà, compassione. Guardatevi bene dalle persone che vi consolano, perchè chi guarda con gli occhi dell’anima non prova compassione, bensì un grande senso di vuoto e tristezza perchè al posto tuo o ci è già stato, o sa che ci finirà presto —

 

 

Scritto circa due anni fa

Adoro le Graffette

Adoro le graffette.

Si, quelle tutte colorate che servono per riunire i fogli, quelli più importanti, quelli che non vuoi perdere ma che ancora devi attaccare per bene con la pinzatrice. Dai ordine alle cose…ma non è decisivo, non è la fine. Un pò come ci è concesso con le persone: le conosciaomo, cerchiamo di inquadrarle ma non subito siamo disposti a pinzarle, a tenerle unite a noi come i fogli. Puoi toglierle quando vuoi, spostare i fogli…e poi rimetterle! Fino a che sono indecisa, fino a che non ho finito il lavoro, il mio studio, i miei appunti.

Poi, una volta finito tutto per davvero…ZAC! Con un colpo di spillatrice li prendo tutti e li incastro, uno dopo l’altro. Da lì non potranno più muoversi..non potranno più sfuggire…sono miei, come le mie idee, i miei pensieri, i miei diversi punti di vista. Semplicemente e specialmente miei, perché sono io che li ho messi così, ed io sola so perché li ho sistemati così. Quei fogli sono tutti lì per me, pieno di inchiostro che simula ossigeno, ma non il solito ossigeno, uno diverso, uno più oscuro, più magico. Dove il nero dell’inchiostro incontra i miei occhi e dai miei occhi arriva dritta all’anima. Sono i miei pensieri, la mia voce, quella profonda, quella che nessuno può sentire, toccare, percepire.

Sono i miei pensieri, quelli veri.