Mese: gennaio 2014

Quella conchiglia da dove si sente il mare

Durkheim pensa alla pedagogia come una e molteplice.
In che senso? Molteplice perché le teorie educative sono infinite, numerose e tutte diverse. Una perché tutte poggiano sulla stessa base. Ora, tra tanti pedagogisti oggi voglio parlarvi di Sant’Agostino, ma non voglio raccontarvi le sue teorie, non voglio addentrarmi molto, ma voglio parlarne come se chi fosse dall’altra parte di questo foglie fosse un mio amico.
All’inizio la sua vita era la vita di una persona come tutte le altre, forse un po’ troppo presa dai furti e dalle belle donne, eppure eccolo qui. Uno dei migliori pedagogisti di sempre, secondo me.
Al di là che faccia parte di un tipo di pedagogia chiamata “cristiana”, il fulcro di tutto il suo insegnare era: educare con l’esempio e non con lo studio teorico dei precetti. Cosa deve essere l’educazione per Agostino? Un’educazione emotiva, per lui l’infanzia è una fase della vita esattamente come lo sono l’adolescenza, la vecchiaia. Anche i bambini hanno delle passioni, provano forti sentimenti ma non sanno controllarli ancora. L’educazione deve aiutarli sopratutto in questo, perché un uomo che non riesce a esprimere i suoi sentimenti, a controllarli e ancor di più a capirsi ma anche cercare di capire i sentimenti altrui vuol dire che manca di intelligenza emotiva. E da piccoli, si sa, possiamo essere educatori di noi stessi ma abbiamo comunque bisogno di esempi, di figure a cui fare riferimento, e se queste figure sono distaccate, poco preparate, poco interessate alla sfera emotiva, poco interessate all’anima, poco tutto insomma allora il problema è più grave di quanto si possa pensare. Perché se i bambini crescono senza capire cosa gli accade dentro, questo se lo porteranno dentro e dietro tutta la vita. Perché se i bambini piangono e noi facciamo finta di niente e gli diciamo di smetterla e di non fare sceneggiate -che tanto non hai niente- allora gli stiamo insegnando che piangere non ha senso. Perché se i bambini sono arrabbiati, lo sono per davvero, esattamente come quando lo sono i grandi. Se i bambini sono tristi, lo sono per davvero. E se l’adulto li sminuisce, il bambino impara piano piano che non importa come si senta lui, allora forse è meglio nascondere le sue emozioni perché lo sa, che alla prossima mossa gli verrà detto un altro: “Ma smettila, asciugati le lacrime e vai giocare, non è successo niente, non ti voglio più vedere piangere!”
Così si entra in un circolo vizioso, il bambino che inizialmente esternava le sue emozioni piano piano chiude le stesse dentro il suo cuore con un lucchetto e la chiave la butta nelle mani dei genitori, di chi gli sta vicino. Ma volte chi gli sta vicino è troppo cieco per vedere quello che sta succedendo, per vedere che un bambino che prima piangeva, adesso, per non farsi vedere va in bagno o in un angolo a sfogarsi (perché non si deve mai piangere, perché non è bello). Infondo è più importante che i ragazzi vadano bene a scuola, è più facile che gli si insegni la geografia o la storia piuttosto che un buon uso del linguaggio emotivo.
Ogni tanto capita di leggere da qualche parte questa frase: “Non importa quanta dignità tu abbia, se un bambino ti passa un telefono finto, tu devi rispondere”. Perché i bambini sono così, vogliono essere presi in considerazione quanto gli adulti, e hanno ragione. Immaginate se un giorno una bimba di appena due anni che conoscete inizia a correre da una parte all’altra di casa vostra, saltellando felice, ad un certo punto notate un’ombra nel suo viso (chissà a che stava pensando), la prendete in braccio e la portate a vedere cosa c’è su una mensola: da qui inizia il vostro viaggio nel mare. Una miriade di conchiglie, di tutte le dimensioni, ma vi cattura subito quella grandissima, una di quelle talmente grandi che se le metti all’orecchio puoi fingere di sentire il mare, perché tu che sei grande e lo sai, quello che senti non è davvero il mare (sono minuscole correnti d’aria che vibrano all’interno della conchiglia producendo l’eco. Il guscio è fatto di un materiale molto duro, il carbonato di calcio: i suoni rimbalzano contro le pareti e si amplificano dando così l’illusione di sentire il mare).
Allora vi sedete entrambe sul divano, lei in braccio a voi e siete faccia a faccia, le dite che si sente il mare da lì dentro e lei vi guarda con sguardo indagatore (“ma questa cosa sta dicendo?”), così portate la conchiglia all’orecchio per farle vedere come si fa e imitate il suono del mare con la bocca. Poi le passate la conchiglia e lei se la mette vicino all’orecchio..ma troppo in basso per poter sentire quei ‘suoni che rimbalzano’, i suoi occhi improvvisamente iniziano a brillare, perché ti ha creduto lo stesso, anche se non ha sentito niente o quello che ha sentito non le ricorda nemmeno un po’ il rumore del mare, e si mette anche lei a imitare il mare con i suoi della sua voce…scoppiando a ridere!
E solamente in quell’istante vi accorgete che avevate in mano le chiavi del suo cuore, ve le aveva consegnate: perché non importa cosa voi stiate dicendo od insegnando ad un bambino, se lui si fida di voi, vi crederà comunque.

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Benvenuti!

Oggi inizia questo progetto -molto importante per me- per cercare di parlarvi delle mie passioni, attraverso la scrittura.

Scrivo da quando sono piccina, ho iniziato con le poesie, poi mi sono cimentata nei racconti (prima un pò gotici poi fantascientifici) fino ad arrivare a scrivere di filosofia, pedagogia, psicologia in un giornale on-line -dove scrivo tutt’ora- che ormai è diventato un sito anche abbastanza noto (‘Oureports’).

Il mio obiettivo è quello di pubblicare qui tutte le cose che ho scritto fino ad adesso, partendo però dalla stesura di nuovi articoli e nuovi argomenti.

Spero che questo spazio diventi la mia libreria, il mio diario fotografico o una sorta di giornale da poter sfogliare volta per volta da chi avrà piacere e voglia di leggermi.

Intanto do il benvenuto a tutti!

Fede